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martedì 22 marzo 2011

Trezeguet contro la Juve: "Quarto posto? Mi fanno ridere..."

Guardarsi indietro con rabbia. Per il presente, non per quanto raccolto in dieci anni di Juventus: David Trezeguet sa essere analitico nel riportare i fatti che documentano lo stato di crisi in cui versa la squadra a cui si è legato fino all'addio sofferto di un anno fa. Tanto quanto il suo possibile ritorno in Serie A (per i tifosi bianconeri), magari con la maglia dell'Inter come riportano indiscrezioni di mercato che lo riguardano.
 
In una lunga intervista a stadiogoal.it (e che andrà in onda anche il 27 marzo su Rete7 e Ch.846 Sky il 27 marzo alle ore 14 all'interno del programma 'Fischio d'inizio') l'attaccante francoargentino ripercorre gli anni dell'epopea bianconera: "Se pareggiavamo una gara stavamo male per giorni. Se andavamo fuori dalla Champions League era una tragedia: vedevo compagni di squadra che non mangiavano per una settimana". Una società diversa da cui David si è allontanato perché "non contava più su di me. Dicevano: vogliamo giovani, italiani più che stranieri, sarà una nuova avventura. Discorsi che dopo 10 anni di Juve non potevo neanche ascoltare. Ho fatto le valigie lasciando il posto a qualcuno più adatto a ciò che volevano allenatore e dirigenza". Tagliante e arguta la battuta con cui descrive la situazione in cui versa la squadra: "I discorsi che si fanno ora, il quarto posto, mi vien da ridere: alla Juve o eri primo o non contava niente".
 
GLI INIZI - "Arrivai consigliato da Zidane, Platini e Deschamps  C'era Ancelotti, giocavo con gente avevo ammirato in tv. Un sogno. Poi Lippi, un idolo dei tifosi, ci trasmise la mentalità e la voglia di vincere e vincemmo uno scudetto tanto sudato quanto bello. Al pari dell'ultimo che ho vinto con Capello. Fantastico. Quanti scudetti ho vinto? Quattro, con pieno merito sul campo. E con i giocatori che c'erano quell'anno si sarebbe vinto ancora tanto, compresa la Champions, la vittoria che mi è più mancata".
 
POST CALCIOPOLI - "Era un disastro - spiega il centravanti - Mi sono ritrovato senza gente come Ibra, Vieira, Cannavaro, Emerson. C'erano ragazzi della Primavera e altri che tornavano dai prestiti. Era cambiato tutto, anche a livello societario. Per fortuna Deschamps sapeva cosa fare e i giovani capirono subito. Vennero fuori i Giovinco, i Marchisio, Chiellini esplose, erano rimasti Camoranesi, Nedved, Del Piero e il sottoscritto. Rimasi pensando che la Juve tornasse subito a riprendersi ciò che le era stato tolto. Non andò cosi. Nulla era più come prima. Capii che per tornare a vincere sarebbe trascorso molto tempo. Io avevo giocato con Conte, Ferrara, Pessotto, Montero, Iuliano: gente che aveva la mentalità vincente. Era sparito tutto. Poi sono andato via perché la Juve non contava più su di me. Dicevano: vogliamo giovani, italiani più che stranieri, sarà una nuova avventura. Discorsi che dopo 10 anni di Juve non potevo neanche ascoltare. Ho fatto le valigie lasciando il posto a qualcuno più adatto a ciò che volevano allenatore e dirigenza".
 
L'AVVOCATO - "Per l'Avvocato c'era un rispetto sacrale da parte di tutti. Era uno che non girava intorno alle parole, veniva dritto al punto perché era abituato a vincere. Finire secondi alla Juve non serviva. I discorsi che si fanno ora, il quarto posto, mi vien da ridere: alla Juve o eri primo o non contava niente. I giocatori che venivano a Torino sapevano cosa dovevano fare e se non lo sapevano imparavano in fretta... Il fratello Umberto, altro grande personaggio, ha proseguito sulla stessa strada: voglia enorme di vincere, la sconfitta non era un termine conosciuto e neanche il pareggio era gradito. E si andava sempre a testa alta. Poi è cambiato tutto. Andrea lo ricordo da piccolo, ci ha visto vincere. Ha bisogno di essere aiutato da chi conosce la storia della Juve, il suo dna vincente. Nedved può farlo, e Del Piero spero che un giorno diventi presidente. Perché lui ha vinto tutto, conosce bene i meandri del mondo Juve e la Juve ha bisogno di gente cosi. Alcuni di oggi, che non sanno dove si trovano, hanno bisogno di capirlo...".
 
AMORE JUVE - "Della Juve sarò sempre innamorato - conclude - mi ha insegnato a vincere e fatto diventare un calciatore completo. Se pareggiavamo una gara stavamo male per giorni. Se andavamo fuori dalla Champions League era una tragedia: vedevo compagni di squadra che non mangiavano per una settimana. Io sono arrivato giovane, ho apprezzato subito questo ambiente. La Juve è fatta per vincere. La maglia bianconera ha un peso diverso dalle altre: chi è fragile non la può indossare".
 
I TIFOSI - "Quando mi ritrovo con Alex, Vialli o altri che ti dicono: 'Sei entrato nel cuore dei tifosi per sempre' vuol dire che ho fatto qualcosa di importante. Volevo diventare lo straniero più 'prolifico' nella storia della Juve e ci sono riuscito. Grazie anche ai tifosi, ai quale dico: arrivederci a presto". 

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